Testo in catalogo
Il mio gatto presentiva il mio ritorno a casa molto prima che avesse luogo e non si piazzava davanti all’uscio che una mezz’ora prima del mio rientro: fosse dopo due giorni, una settimana o un mese.
Le cose che mi riuscivano meglio da giovane erano il nuoto in apnea, il gioco del biliardo e il disegno. Per nuotare bene bisogna dimenticarsi l’acqua e il respiro, per il biliardo l’avversario la stecca e il panno, per il disegno la matita e il foglio, e in tutti e tre i casi è l’assenza di intenzioni a perfezionare il gesto, a renderlo armonioso ed efficace.
Ho cominciato a disegnare a cinque anni. A diciotto la distanza fra un oggetto e la sua immagine stava tutta nel tempo necessario a tracciare, ombreggiare, colorare. E’ per questo motivo che ho smesso: non puoi essere l’architetto e il manovale della tua fantasia, una delle due cose si prende tutto il piacere possibile e il fare diventa una perdita di tempo, o l’immaginare un infinito ripetuto a vuoto.
La fotografia mi ha permesso di invertire il processo, di attendere l’esistenza di un’immagine anziché progettarla, di riconoscerla affinandola mia emotività come per anni avevo affinato la sensibilità delle mie mani perché si allena la mano al tratto e la mano è il tratto, il corpo all’acqua e il corpo è l’acqua, lo sguardo al sentimento e il tuo sguardo impara a riconoscere nelle cose il tuo sentimento del mondo, o percepisce il loro.
Oggi so che quello che mi spinge a ritrarre una porzione della realtà non è la sua immagine, ma anche che è nella sua immagine che posso cercare il motivo della mia emozione, ed è con un atteggiamento di rilassato segugio che osservo la realtà, e con una tecnica da professionista della demolizione che cerco il solo punto che, colpito in pieno, una volta sola, farà crollare tutto il superfluo per restituirmi, nel modo più essenziale, l’emozione che mi ha colpito.
E ’così che, per me, tutta la Basilica della Salute sono i suoi angeli come sentinelle, la Giudecca un tratto a carboncino ed il Colleoni uno che va, a cavallo, incontro al peggio e al meglio. Non mi interessa il coito infinitamente interrotto delle esposizioni a tema di venti ritratti, duecento catastrofi, diecimila paesaggi e due milioni di sofferenze: tutto è sempre in una cosa sola perciò che sia un ritratto, un fiore ed una sofferenza ma fino in fondo, ed una volta per sempre.
Un giorno io e il mio gatto che ne stavamo davanti al frigorifero, aperto per sbrinarsi. All’improvviso, nel completo silenzio, lui ha cominciato a fissarlo, e innervosirsi. Dopo venti secondi, con un gran schianto, tutto lo strato di ghiaccio del freezer è crollato
Scatto pochissime fotografie, da sempre. Per me i rullini potrebbero essere da cinque scatti, ed uno basterebbe ad un anno intero. Non fotografo persone perché le persone non mi interessano, perché sarebbe un atto di presunzione per me e per loro, perché passata la prima adolescenza nessuno è più com’è ma come si sforza di apparire, ed io non mi occupo di finzioni.
Credo che chiunque sia le cose che fa, e che le cose che fa le fa solo per se stesso: non devo aiutare nessuno ad attraversare la strada e non converrebbe a nessuno seguirmi perché non ho la più pallida idea di dove sto andando, né voglio averla, eppoi sto invecchiando: ultimamente il mondo, nemmeno quello fatto con le mie stesse mani, riesce più a parlarmi.
La bellezza entusiasmante, il colpo di fulmine dello sguardo si fanno più rari e spesso giro e rigiro attorno a un luogo per ore cercando di capire quale dettaglio mi sta parlando, cosa mi sta dicendo, ma non mi convinco, non scatto, e mi allontano con la sensazione di aver lasciato qualcosa di importante e di non essere ancora abbastanza pronto, abbastanza sensibile.
Di venti anni di scatti potrei salvare trenta fotografie, e di nessuna di loro sono ancora totalmente convinto, ma ho accettato di realizzare queste copie uniche per la stima che porto nei confronti dei ragazzi che lavorano in galleria, e forse anche per l’illusione di dire qualcosa di definitivo su queste venti fotografie.
Oggi come oggi sto nel silenzio assoluto davanti alla realtà come il mio gatto davanti all’uscio, concentrato per sentire un’emozione o il primo passo di chi torna sui gradini, pronto a imparare a capire dove si trovi sempre per tornare a cercarla e farla sentire attesa e amata perché il mio gatto è morto, e tocca a me; ma forse imparare a disegnare è immaginare, imparare a nuotare non risalire più, e imparare a fotografare smettere di farlo.
Michele Alassio
settembre 2000
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