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“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è il racconto di apertura dell’omonimo volume- Adelphi 1986. Il caso tratta di un musicista che non riusciva più a riconoscere visivamente gli individui e le cose, ma non solo, confondeva forme animate con forme inanimate e viceversa (vedeva una persona in un idrante o, come spiega il titolo, un cappello in sua moglie). In realtà la sua agnosia non riusciva semplicemente a permettergli di cogliere l’immagine nel suo insieme, ma solo per dettagli; se i dettagli erano sufficientemente particolari (tratti somatici rilevanti come un grosso naso, od una folta capigliatura, o una maniglia bene in vista di una porta) associava il dettaglio all’oggetto e azzardava un riconoscimento, altrimenti era totalmente incapace di dire cosa si trovasse ad osservare od a toccare. Il paziente parlava delle cose che conosceva, ma in realtà non era più in grado di vederle: riconosceva le persone dalla voce, o dall’incedere; e non sempre. Anche nel suo caso, l’unica cosa che gli permetteva di esistere senza disintegrarsi nella propria incapacità era relazionare il tutto ad un flusso interiore, una specie di basso continuo o melodia. Eseguiva ogni operazione canticchiando: si vestiva canticchiando, si nutriva canticchiando ed ovviamente, riusciva benissimo a lavorare come insegnante di musica, perché c’era sempre la melodia, l’armonia della musica a tenerlo per mano. Costruiva il proprio mondo e le proprie certezze per relazioni ( se riconosco una mano, quella mano appartiene a un corpo; se quella mano si muove, appartiene a un essere vivente). L’immobilità, la stasi di un oggetto lo metteva in difficoltà, una fotografia non gli diceva nulla perché non gli dava, come informazioni, che masse di luce e d’ombra ininterpretabili. Solo il movimento fisico ed il movimento intellettivo, solo l’essere trasportato nella visione o nell’intelletto lo mette in condizione di afferrare un brandello di realtà, e da quel brandello ricostruire il tutto. Ho scattato questa fotografia in Piazza S. Marco. Ho inquadrato un gruppo di ragazzi seduti sulle passerelle per l’acqua alta. Si muovevano continuamente, tranne un paio sulla destra: ho messo a fuoco le mani dell’ultimo con un tempo di otturazione sufficiente a fermarle, poi ho continuato a scattare e sovrapporre con un tempo lento per avere un effetto di mosso ed indistinto nel resto dell’immagine. Credo che sia questo tipo di caos che si presenta al paziente di questo racconto, un assieme di forme indistinguibili, dove solo qualche dettaglio può permettere di interpretare il tutto. |