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“Il marinaio perduto” è il secondo racconto del volume “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”- Adelphi 1986. Vi si racconta il caso clinico di un paziente affetto da sindrome di Korsakov, e quindi incapace di trattenere mnemonicamente un avvenimento per più di qualche istante, conservando al contempo una memoria tenace ed incredibilmente vivida della sua vita giovanile, ma solo fino a trent’anni prima della sua vera età. Il caso descrive un individuo convinto di avere 18 anni che ne ha invece quarantanove; tutti i suoi ricordi sono collocati nel passato, che diviene il suo presente, perché il passato è l’unica cosa di cui ha coscienza. Non ha della sua esistenza presente alcuna sensazione: non pensa, non si pensa, non si sente, non riesce a relazionarsi con alcunché. Non può scrivere perché non è in grado di articolare un ragionamento ( ne dimentica subito frasi ed intenzioni), non può leggere perché ogni parola gli appare nuova, senza un passato, non riconosce gli oggetti e le persone perché li smemora dopo qualche istante. Messo davanti ad uno specchio, inorridisce constatando inspiegabilmente la sua reale età ma dopo un attimo, tolto lo specchio, dimentica anche il suo orrore. Vive in un mondo di sensazioni isolate, brevi, in una continua melanconia data dalla sua inesistenza, e l’unica cosa che riesce a trattenerlo temporalmente è l’esecuzione di rituali emotivi o meccanici: il partecipare ad una funzione religiosa, oppure il prendersi cura di un giardino. Credo che questo significhi che è la liturgia, l’essere compreso in un meccanismo regolare conosciuto e privo di variabili, rassicurante, che riesce a liberarlo dalla sua malattia. All’interno di una rappresentazione, all’interno di un luogo conosciuto come un giardino: in buona sostanza è un’armonia a permettergli di acquisire una continuità esistenziale, abbracciando una sorta di inerzia del corpo e della mente. Ho scattato questa fotografia ai Giardini Napoleonici di Venezia, nel Giugno 2002. Stavo inquadrando un albero, e pensando all’idea di giardino che viene espressa nel raccono. La corteccia di un albero può assomigliare ad una corteccia celebrale, pensavo, e cercavo di capire come utilizzare questa idea quando mi sono sentito sfiorare una gamba: c’era un bambino che si allontanava, tenendo la mano alla madre: ho visto in lui il perdersi del protagonista del racconto, nella corteccia la memoria perduta e ritrovata nella quiete del giardino e così, in velocità, ho scattato una prima immagine sottoesposta di 1/8 del tronco d’albero, poi altre sei sullo stesso negativo spostando l’inquadratura fino a coprire i tre quarti di larghezza del negativo, ed infine ho spostato l’ inquadratura includendo il bambino, ormai lontano. Il singolo albero è diventato una processione di alberi ed una materia presente, spessa, il bambino un’icona della dimenticanza e della lontananza, il suo braccio teso nel taglio inquadratura un approdo perduto |