“La disincarnata”



“La disincarnata” è il terzo racconto del volume “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” Adelphi 1986

Il racconto narra di un caso di perdita della “propriocezione”: La propriocezione è il flusso continuo di sensazioni che muscoli, tendini ed articolazioni inviano al cervello, consentendo a quest’ultimo di riconoscere e di adattare costantemente la posizione del corpo, di controllarne ed generarne il movimento e quindi di garantire l’equilibrio, nonché la coscienza della propria posizione nello spazio. Perdere la “propriocezione” è quindi, letteralmente, perdersi nello spazio, non sentirsi più, non avere la minima idea di dove si trovino i nostri piedi, la nostra testa, etc. E’ un sesto senso del tutto inconscio. La paziente di Sacks si definì da sé “disincarnata”, “svuotata”. Era incapace di mantenersi eretta come di compiere qualsiasi movimento, incluso parlare. L’unico modo di ottenere il recupero delle funzioni motorie fu spostare sul senso della vista tutto il peso della percezione, e sostituire con coordinate visive, reali, la coordinazione perduta. La certezza di possedere una mano, la sua localizzazione, la capacità di eseguire dei movimenti con quest’ultima dipendeva quindi unicamente dalla possibilità di vederla: osservare i propri piedi e spostarli uno dopo l’altro per poter camminare, osservare il proprio braccio e tenderlo, e schiudere e richiudere la mano per afferrare un oggetto.

Chiudere gli occhi od entrare nell’ oscurità è perdersi inesorabilmente e cadere a terra, come se i fili immaginativi e visivi che guidano l’azione, che ricostruiscono il corpo perduto, si tranciassero di netto.

Ho realizzato questa fotografia nel settembre del 1995. E’ l’unica immagine che ho conservato fra tutti gli scatti eseguiti in sei anni, dal 1995 al 2001. Rendere l’idea di una disincarnazione fotografando un corpo, o una parte di esso, è impossibile, nessuna forma è percettivamente vuota, perciò ho ribaltato il rapporto sensoriale. Non sentirsi nello spazio è anche, in una certa misura perdere lo spazio come luogo del sé, non poterlo penetrare e vivere con sicurezza. In un luogo insondabile, buio, la nostra percezione è dubbiosa, una semplice scala, al buio, è una trappola mortale, e la mancanza di limiti, di fine, mette in crisi tutte le nostre proprietà sensoriali. E’ tendere una mano verso l’infinito essendone completamente ignari, e timorosi.