“Vedere e non vedere”



 “Vedere e non vedere” è il quarto racconto del volume “Un antropologo su Marte” Adelphi 1995

Il racconto descrive il caso di un individuo affetto da retinite pigmentosa dall’ infanzia e quindi destinato progressivamente alla totale cecità, che affronta un intervento per riacquistare la vista. A operazione effettuata il paziente scopre che essere fisicamente in grado di vedere non significa, di per sé, poter vedere, perché ognuno di noi impara vedere nel corso della vita né più né meno di come impara a parlare, a leggere ed a scrivere. La sua visione è quindi inefficace e spiazzante; davanti a qualsiasi cosa doveva ancora toccarla, solo allora l’indizio suggerito dalla vista diventava abbastanza attendibile da spingerlo a tentare un riconoscimento. Posto davanti ad un’immagine ferma (una riproduzione d’arte, una fotografia) non riusciva a distinguere le persone ritratte né le parti di un paesaggio, identificando solo forme astratte, prive di un correlativo culturale.

L’immagine di un uomo non è un uomo. L’immagine di un albero non è un albero. Per chi non ha cultura visiva tutte le immagini non sono che ombre indistinte, prive di significato e di relazione con ciò che hanno la pretesa di rappresentare. E’ la realtà, la concretezza a mancare, e soprattutto il linguaggio che permette di traslare un’icona nel suo referente.

Il paziente non poteva riconoscere la realtà e le sue trasposizioni semplicemente perché non poteva richiamarne a mente alcuna precedente conoscenza.

Ho scattato questa fotografia all’interno di un battello in movimento, con macchina a cavalletto. Pensavo alla sensazione di spaesamento che si subisce quando un treno, improvvisamente, entra in una galleria, e tutto ciò che vediamo scompare nel nulla, alterando le nostre coordinate sensoriali, tanto che istintivamente ci si aggrappa ai braccioli del sedile, ed al ricomparire altrettanto improvviso della luce si ha come una percezione diversa di tutto ciò che ci circonda, e che pure abbiamo osservato nell’immobilità per ore. E’ questa idea di “cadere” nel buio e riemergerne con meno certezze, come se tutto fosse da riscoprire ogni volta che mi ha preso, perché anche nel battello la luce radente (si era al tramonto) andava e veniva a lampi. La persona davanti a me diventava un’ombra sulla cui natura non avrei giurato e tutto, all’improvviso diventava pura e semplice forma e, tra queste, l’unica a conservare una sua leggibilità era la maniglia della porta scorrevole, così come fosse davvero l’unica cosa concreta cui aggrapparsi, un’emergenza tattile, come i braccioli del sedile di un treno nello shock dell’improvvisa oscurità.