“Emicrania”



“Emicrania” – Adelphi 1992 , è un testo meno letterario e più scientifico di Sacks. Vi è riversata l’esperienza di anni e anni di lavoro, e quel che ne esce è una classificazione delle varie forme di emicrania conosciute, con l’indicazione delle cure. Io mi trovo a pagina 167, anche se la descrizione che Sacks dà non mi comprende del tutto, essendo la mia patologia molto più vasta e dolorosa, purtroppo.

Entrare in un ciclo di attacchi è varcare una porta, entrare in un luogo di sofferenza. Nel 1995, trattandosi del primo ciclo, non me ne sono reso conto, anche perché non vedevo la fine che poi, fortunatamente, ha avuto luogo. Nel marzo del 2001, appena ho capito che tutto stava ricominciando, ero paradossalmente più sereno, anche se conscio di dover morire una seconda volta. Per tutto il ciclo è come se non fossi stato al mondo, ma il luogo in cui mi trovavo non aveva più segreti. La cefalea è paradossalmente definita una malattia benigna, nel senso che, se non ti uccidi, non ti uccide, almeno fisicamente. Emotivamente, l’autocontrollo necessario a non uccidersi, non deprimersi, a non lasciarsi andare, è spaventosamente intenso. Personalmente, disprezzo il mio dolore come un corpo estraneo, e cerco di non urlare, tirar pugni, piangere, azzero la mia sensibilità emotiva, e tutto questo spendere se stessi per sopravvivere finisce col costare.

Terminato il ciclo bisogna reimparare ad emozionarsi, a ridere, a piangere, a vivere.

Ho scattato questa fotografia all’Ospedale di Belluno, dove mi trovavo per motivi non inerenti alla mia salute. L’ospedale è un gioiello di pulizia, ha un personale cortese ed efficientissimo, ed è tirato a lucido in ogni reparto. Accanto a un’entrata secondaria una tettoia di cemento sii chiude con questa porta. E’ la porta che ho cercato per tanti anni, la porta che rimane socchiusa e disponibile e che mostra all’esterno qualche sintomo di ciò che può accadere a chi la varca.