MICHELE ALASSIO

“VENICE” (2006),Galleria Daniele Luchetta, Venezia, e altre gallerie d'arte

... Ed ecco che un fotografo come Michele Alassio, per asportare, rubare l’anima alle pietre di Venezia (che, almeno loro, non se ne avvedono e non si sentono né atterrite né strumentalizzate nella loro perentoria eternità) non può che ricercare costantemente una sorta di transfert tra la superficie di oggetti, manufatti o paesaggi, e la superficie dei supporti atti alla loro riproduzione. Un transfert tra pelle e pelle che viene da lontano e che ha come fine effettivo il valore aggiunto delle immagini fissate tecnologicamente dal vero, ovvero la possibilità sia pur simulata (da simulare ma nell’accezione di Riprodurre in modo artificiale le condizioni di fenomeno reale a fini di esperimento) di raggiungere l’immortalità.

"L’attendibilità della fotografia, la sua pretesa di conservare e costruire una memoria, l’ho sempre avvertita come un limite, anziché come una dote."- scrive Alassio - "Per il presente non ho affetto, è un luogo breve dove ogni attimo pensato è passato, scritto di getto con la profondità di un riflesso animale, e poi ormai sappiamo per certo che la memoria non è quella sterminata biblioteca Borghesiana che credevamo di ospitare nel cervello; ora sappiamo che ogni fatto della nostra esistenza vi trova posto solo come un’icona essenziale che arrediamo di frasi luci e sentimenti solo nel momento del ricordo e che questa ricostruzione possiede l’attendibilità faziosa dei nostri sentimenti, dei nostri momentanei desideri."

Emozione, commissione. Non è facile per un fotografo arrendersi trovandosi coinvolto nell’usuale espletamento della sua professionalità. Quando magari la qualità estetica che mediamente esprime è legata ad una notevole preparazione tecnica, sia nella fase dello scatto che della stampa, che percorre e media attraverso tutte le tecnologie, comprese le più recenti digitali. Ma può accadere perfino facendo lo still-life di oggetti di vetro, gioielli, scarpe, tessuti e di quant’altro tra il documentativo e il promozionale passi attraverso l’obiettivo di una fotocamera. Perché ogni lavoro è la verifica di una sfida, tra l’occhio che prima vede e poi osserva e la mente che ne progetta l’indotto più o meno visionario.

“Io credo che la fotografia debba prendere dall’esistente la sua anima, e che l’unico progetto che porta ad una fotografia deve essere intellettuale ed emotivo; qualsiasi immagine pensata, progettata e materialmente costruita per essere ripresa non è una fotografia ma una installazione, non è un’idea ma la pubblicità di un’idea, non è un sentimento ma, al massimo, la sua rappresentazione.”

Parrebbe un controsenso questa dichiarazione. Ma, leggendo tra le righe, si intuisce la necessità di rendere plausibile un lavoro certosino soprattutto in tutte quelle implicazioni tecnologiche che parrebbero risultare prevalenti, esaltando soprattutto la concezione formale delle immagini. Mentre quello che, probabilmente, sta realmente a cuore ad Alassio è quanto rimane dopo la visione, superato l’impatto estetico, dentro al fruitore. Dentro l’altra la fondamentale la definitiva pelle, quella vivente che ricopre quell’insieme di materialità e sensibilità che identifica l’essere umano. Insieme alla timida ombrosità dell’artista che deve mettersi in pubblico, in discussione, per esistere tramite le sue opere, ma che nel contempo ha paura di aprirsi troppo, di non riuscire a bloccare sulla sua sola pelle lo scrutare indagatore di chi guarda.

Carlo Montanaro